ART-itecture: quando l’arte contamina l’architettura

tratto da Vision 3.0 | Dicembre – Gennaio 2019

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Vision 3.0 – year II n. 5
ART-itecture: quando l’arte contamina l’architettura

È possibile ideare un edificio in grado di integrarsi con il contesto circostante, sebbene completamente privo di finestre?
Questa è la sfida che ha dovuto affrontare il nuovo progetto a firma MVRDV per il distretto del divertimento di Seoul. Due fabbricati che, per esigenze funzionali, non necessitano di aperture ma che, per uniformarsi all’ambiente, imprimono sui loro prospetti il disegno degli edifici vicini, da qui il nome The Imprint. Un’opera che assembla 3869 pannelli in cemento e fibra di vetro, tutti pezzi unici, stampati grazie alla tecnologia 3D. Di giorno, i volumi bianchi e solidi creano un’atmosfera di stasi, sospesa e silenziosa, rimando velato alla poetica di De Chirico: imitano la realtà ma allo stesso tempo la alterano, con prospettive deformanti e luci irreali. A contrasto, di notte, l’architettura prende vita e l’energia esplode verso l’esterno attraverso sinuosi e invitanti drappeggi di facciata, che segnalano ingressi coloratissimi e psichedelici.
Architettura? Arte? La definirei, piuttosto, ‘contaminazione’.

Il progetto è, infatti, il prodotto della sinergia fra diverse discipline artistiche che, oltrepassando i rispettivi ambiti, coniugano la funzione dell’abitare, sicuramente prioritaria, a una forte valenza estetica; da qui il ruolo del progettista, contemporaneamente scultore, pittore, artigiano… Un’esigenza che l’uomo sente fin dai tempi più remoti e che constatiamo nella nostra quotidianità quando, ad esempio, personalizziamo, in base al nostro gusto, gli ambienti in cui viviamo, dalla casa al lavoro.
Un tema delicato, che viaggia sul filo della soggettività (arte o non arte, bello o brutto) e che, nel caso dell’architettura, sente il forte peso della responsabilità, nel coinvolgere un vasto pubblico di fruitori e visitatori. Al pari delle altre arti, di cui fa parte, l’architettura è l’espressione del tempo che stiamo vivendo e il progresso nell’utilizzo di nuovi materiali sta permettendo di creare strutture sempre più ardite.
Pensiamo, ad esempio, al nuovo grattacielo della Shenzhen Energy Company in Cina, progettato da BIG Bjarke Ingels Group. Un punto di riferimento nello skyline urbano, uno sviluppo in altezza vibrante e plastico, che si adatta all’esposizione solare garantendo maggiore schermatura sui lati meglio esposti e viceversa. Il taglio centrale è un rimando visivo alle iconiche tele di Lucio Fontana, in una trasposizione architettonica dei suoi famosi ‘tagli’.
Anche il Morpheus Luxury Hotel di Macao (Zaha Hadid Architects), rappresenta una vera e propria opera d’arte contemporanea, palesemente ispirata alla ricca tradizione cinese nell’intaglio della giada. Le forme fluide dei tre grandi vortici centrali, che comprendono i ponti di collegamento tra i due blocchi dell’edificio, creano ampie e scenografiche ‘finestre urbane’ su cui affacciano le camere dell’albergo.
Il contesto svolge un ruolo fondamentale nella progettazione e l’architetto (artista) può decidere di contrastarlo, con opere che ne si distaccano completamente, oppure di assecondarlo, interiorizzando la storia, la cultura, le tradizioni costruttive, in un’armonica integrazione.

Il Centro Culturale Jean-Marie Tjibaou in Nuova Caledonia, a firma del Renzo Piano Building Workshop, è un esempio perfetto di dialogo con l’ambiente. I gusci, dall’apparenza arcaica, sono un rimando visivo alle capanne indigene, delle quali vengono ripresi i tradizionali materiali costruttivi, quali il legno e la pietra, per poi fonderli con quelli contemporanei come il vetro e l’acciaio.
Un rimando alla tradizione anche per il Louvre di Abu Dhabi di Jean Nouvel, con la reinterpretazione in chiave moderna del simbolo della cupola: una struttura immensa, in acciaio, con un diametro di 180 metri. La particolare trama, ispirata ai sofisticati intarsi geometrici dell’architettura araba, crea una ‘pioggia’ di raggi solari che puntellano e rendono magica l’atmosfera… del resto, anche il sapiente utilizzo del contrasto luci/ombre è arte.
Una nuova frontiera dell’architettura è poi rappresentata dal movi- mento, che sia del solo rivestimento o di intere parti del fabbricato.
Il centro culturale Fosun Foundation (Foster + Partners e Heather- wick Studio), nell’area del waterfront di Shanghai, è, infatti, caratterizzato dalla rotazione di tre membrane in tubolari in ottone (citazione dei tradizionali teatri cinesi) che scorrono lungo il perimetro dell’edificio, sovrapponendosi in infinite ‘danze’ (anch’esse forme d’arte) che ne svelano/celano l’interno.
Anche se immobili, è impossibile non lasciarsi incantare dalla tensione che spinge al contatto i due tetti degli ex edifici ferroviari di Coal Drops Yard a King’s Cross, Londra (Heatherwick Studio). Un nuovo grande quartiere dello shopping, focalizzato prospetticamente sul plastico “bacio” di queste due coperture, che sembrano quasi prendere vita, sprigionando una grande carica emotiva.
Se, da un lato, abbiamo finora analizzato opere che fondono l’estetica all’utilità, esistono poi progetti, propriamente di architettura, che perdono il carattere funzionale lasciando unicamente quello espressivo, diventando veri e propri oggetti d’arte.

The London Mastaba di Christo e Jeanne-Claude, colossale tronco di piramide composto da 7.506 barili di petrolio impilati orizzontalmente su una piattaforma galleggiante, si specchia sulle acque del Serpentine Lake di Hyde Park creando giochi di luci e colori tipici di un quadro impressionista.
Cosa rimane di queste opere? Tutte iniziano con un vuoto, la non materia, che l’uomo riempie, per sottrazione, a vantaggio dell’architettura. Subentra, quindi, il processo di alterazione e mutazione nel tempo che porterà, prima o poi, all’abbandono, fino alla sparizione, ovvero a ciò che era e che non è più. Sono queste le basi della ‘rovina metafisica’ di Edoardo Tresoldi, ulteriore stadio del ciclo vitale architettonico. Il linguaggio della trasparenza, accompagna l’osservatore in uno spazio onirico, compenetrazione temporale tra passato e presente, memoria eterea degli ingombri e dei linguaggi dell’architettura originaria.

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